
(o se non ce ne preoccupa neanche la partenza)
Di Davide Dioguardi
Mentre scriviamo si sta tenendo a Roma l’assemblea costituente di Futuro Nazionale, il partito di estrema destra nato dall’iniziativa del generale dell’esercito italiano Roberto Vannacci, già vice-segretario della Lega – a seguito di una brillantissima operazione portata avanti da Matteo Salvini, notoriamente restio a rendere le sue valutazioni influenzate da dati e fatti più o meno acclarati – e ad oggi leader della formazione politica più pericolosa del panorama politico italiano.
Vannacci era partito da lontano col suo libro “Il mondo al contrario” in cui si lanciava in vergognosi proclami contro le persone omosessuali, che si sarebbero dovute convincere del fatto di “non essere normali”. Al centro delle invettive del generale anche la campionessa di pallavolo Paola Egonu, colpevole di non possedere “tratti somatici direttamente italiani.” Potremmo riempire un altro libro con le mostruosità uscite dalla bocca di Vannacci negli ultimi due anni, ma non è quello che ci interessa fare in questa sede.
Ad oggi l’ex numero tre del Carroccio non rappresenta più solo sé stesso, è il volto pubblico – e piuttosto orgoglioso, senza alcuna parvenza di vergogna – di un partito politico con 100.000 iscritti, con importanti Mecenati alle spalle e che ambisce non a “spaccare” la coalizione di centro-destra, come a nostro dire ingenuamente qualcuno si sta augurando, bensì a spostarne l’asse ancora più a destra. E se c’è una cosa che avremmo dovuto imparare in questi ultimi anni – in Italia e non solo – è che non c’è fine apparente allo spostamento a destra da parte dei membri della così detta Internazionale Nera.
Step numero 1 – Lo snobismo nei confronti del fenomeno e l’inadeguatezza dell’opposizione mainstream
Matteo Salvini prima, Giorgia Meloni poi. Ci paiono abbastanza fulgidi gli ultimi due esempi della storia recente di questo paese: figure dichiaratamente di destra del panorama politico italiano arrivate ad occupare le posizioni più blasonate dello scenario costituzionale. Sia l’attuale Presidente del consiglio, sia il suo vice hanno “spalmato” la loro scalata al potere su più di un decennio. Feste di paese, sagre, ospitate in televisione senza alcuna pausa, sdoganamento di idee reazionarie e pericolose un giorno sì e l’altro pure. Chi ha la memoria lunga ricorderà bene le percentuali da capogiro del Carroccio alla vigilia della crisi di governo del Conte 1: a quel tempo il partito fondato da Umberto Bossi vantava più del 33% dei voti, stando ai sondaggi. Dopo quattro anni di esecutivo il partito fondato da Giorgia Meloni, Guido Crosetto e Ignazio La Russa vanta ancora un più o meno saldo 28%. Questi dati ci paiono evidenziare un fenomeno abbastanza chiaro: snobbare o deridere i fenomeni di estrema destra non funziona, o quanto meno non basta a farne emergere l’irricevibilità politica. Crediamo di averne avuto prova l’altra sera, quando Roberto Vannacci è andato ospite nel salotto di Lilli Gruber a “Otto e mezzo”. L’immagine emersa – per quanto l’intento dell’intervistatrice fosse quello di far evincere l’orrore suscitatole dalle proposte politiche avanzate dal Generale e dalla sua “sporca dozzina” – è stata quella di un Vannacci orgoglioso di portare le sue “idee” nel salotto più “woke” d’Italia, come del resto abbiamo visto fare a Javier Milei e Donald Trump negli ultimi anni oltreoceano. Il messaggio che si vuole far passare è quello di una destra “autentica” che non ha timore di andare nei salotti benpensanti della sinistra a “dire le cose come stanno”, nonostante i tentativi della stessa di censurarla o di ridurla a fenomeno folkloristico. In questi anni tutte le formazioni di estrema destra sono riuscite ad imporsi come forze “antisistema”, contro “gli uomini di sempre, le banche, i poteri forti” e contro il “pensiero unico”. Questo è avvenuto certamente perché c’è una parte della popolazione che pensa genuinamente che i gay meritino meno diritti di altre persone, che le persone con background migratorio possano o debbano essere “remigrate”, che l3 attivist3 per il clima che occupano la strada debbano essere incarcerat3 senza possibilità di appello. Dall’altro lato l’emersione violenta dei fenomeni di estrema destra si è potuta realizzare anche per una manifesta incapacità delle opposizioni di chiamare le cose con il loro nome e di contrastare gli stessi in nome di un’idea diversa di società. Ancora oggi è possibile ascoltare autorevoli esponenti delle opposizioni parlamentari, i quali affermano che il generale Vannacci guadagna consensi “dal momento che la Meloni su sicurezza e immigrazione ha tradito le promesse fatte in campagna elettorale.” Il problema dunque per qualcuno seduto in Parlamento non è che l’ex rappresentante dell’esercito italiano dica senza alcuna vergogna in prima serata su La7 che le persone migranti possano essere letteralmente deportate, ma che la Meloni non ha fatto abbastanza affinché venissero deportate o arrestate prima. Chi ci legge capirà bene che combattere una battaglia contro l’estrema destra con armi così spuntate appare quanto meno complesso. Quello che ci appare evidente è che fino a quando qualcuno continuerà ad approcciare ai fenomeni di estrema destra su un piano tecnico – come quando viene detto che i centri di rimpatrio in Albania sono problematici perché “vuoti e costosi”, come se fosse meglio averli disponibili a buon mercato e magari pieni di persone migranti da torturare o umiliare – o peggio ancora esclusivamente denigratorio, senza frapporre agli stessi un’idea di società accogliente, multiculturale, genuinamente antirazzista e antifascista quei fenomeni sono destinati ad una tanto inesorabile quanto pericolosa crescita.
Step numero 2 – Non c’è più un limite perché è l’estrema destra a porne uno nuovo
Matteo Salvini – forse più di Giorgia Meloni – ci ha abituat3 all’imbarbarimento del dibattito pubblico. Le ruspe, l’allora presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini raffigurata come una bambola gonfiabile, le donne rom imprigionate dentro un gabbiotto della Lidl, le “citofonate” ai presunti spacciatori. Ogni volta che credevamo che il segretario della Lega fosse arrivato al suo massimo livello di vergogna possibile, il “Capitano” solcava nuovi mari dell’estrema destra, per accontentare appetiti elettorali sempre più vili e saturi d’odio. E’ stato del resto durante questa “corsa alla destra” che è stato fatto salire sul Carroccio anche il generale Vannacci, che una volta sceso dalla sgangherata nave leghista ha proseguito l’operazione iniziata da Salvini ormai più di un decennio fa. Ora non si sente più parlare di ruspa, bensì di “remigrazione”. Non si sente più parlare di “giornaloni e intellettualoni”, si parla bensì di “globalismo”. Non si auspicano più i rimpatri, si prende bensì a modello l’ICE, la polizia assassina di Trump che lo scorso inverno a Minneapolis ha ucciso tre persone mentre ne arrestava a migliaia. Mentre il mondo inorridiva dinanzi a quelle immagini terrificanti, Vannacci prendeva appunti. Non è un caso, a nostro dire, che l’assemblea costituente di Futuro Nazionale si tenga su due giornate, di cui una investita dalla manifestazione fascista del comitato “Remigrazione e Riconquista”, presieduto da quel Luca Marsella già portavoce di Casapound. Questo fenomeno a nostro dire non va visto come isolato. Donald Trump ha parlato di Gaza come “una proprietà immobiliare su cui saremo coinvolti”, il ministro israeliano delle finanze Smotrich ha rincarato la dose sostenendo che “nella striscia abbiamo già demolito tutto, ora c’è solo da costruire”, Giorgia Meloni ancora oggi tesse le lodi di quel Giorgio Almirante repubblichino prima e segretario missino poi. Ogni giorno la così detta “Internazionale Nera” traccia un nuovo confine rispetto a ciò che è possibile pensare e dire. Il generale Vannacci fa esattamente questa operazione, senza risparmiarsi sugli ammiccamenti al fascismo e al suo immaginario cameratesco. Il numero uno di Futuro Nazionale rappresenta in questo momento – forse più degli stanchi membri della coalizione di governo – una parte di quella destra che non ha paura di definirsi fascista, pur inserendosi a pieno titolo in quella galassia sovranista e razzista che non nomina quasi mai apertamente il fascismo come uno dei propri riferimenti.
Step numero 3 – Evitare l’ennesima doccia fredda
Non abbiamo la presunzione di credere che questo scritto sia anche solo minimamente esaustivo rispetto alla necessità di costruire una cassetta degli attrezzi comune che consenta a tutte le parti sociali democratiche, antifasciste e antirazziste del paese di contrastare Roberto Vannacci ed il suo partito, oltre che un complessivo spostamento a destra dell’attuale coalizione di governo. Gli ultimi anni ci consegnano un bilancio tutt’altro che rasserenante: nuovi CPR, sgomberi di centri sociali, teoremi costruiti ad hoc sulla pelle di attivisti ed attiviste, leggi “sicurezza” pensate in una notte per ridurre gli spazi del dissenso, delegittimazione delle opposizioni e delle pratiche di lotta, criminalizzazione del movimento di solidarietà con la Palestina e contro il genocidio portato avanti dallo stato terrorista d’Israele.
A tutto questo crediamo tuttavia sia già stato contrapposto moltissimo: le nuove pratiche – tutt’altro che aconflittuali – consegnateci dai movimenti contro l’ICE e dalle piazze strabordanti per la “Flotilla” dello scorso autunno, unitamente ad importantissime sacche di resistenza sparse a macchia di leopardo in tutto il mondo ci impongono di guardare con coraggio e determinazione ai prossimi mesi. Vannacci – e quelli che come lui si auspicano una destra ancora più a destra – non scomparirà dalla sera alla mattina. L’unica cosa che possiamo fare è smetterla di fingere che non ci sia un nuovo attore in commedia, che procede a vele spiegate verso il 5% nei sondaggi e che va fermato con ogni strumento a disposizione. In questo senso ci pare un segnale tanto incontrovertibile quanto rincuorante la manifestazione romana del 13 giugno, oceanica e determinata a chiarire che c’è una parte di paese dichiaratamente antifascista e che non intende cedere neanche uno spiraglio di legittimità a gente come Vannacci e liquami vari.
Del resto, sono state le piazze – e non le frasi spot dei talk show – a rendere in questi anni il dibattito pubblico un terreno di battaglia tra noi e loro, tra i fascisti del nuovo millennio e chi come noi credeva che gli stessi – in qualsiasi salsa si presentassero – non avessero diritto di parola. Quando qualcuno ci diceva che Salvini andava “ignorato” e che non gli andava “offerta visibilità” abbiamo scelto di dissentire, animando sempre momenti di conflitto e di lotta per non consentire al paese di scivolare in un pozzo sempre più profondo. Farlo di nuovo, consci degli errori del passato, è una delle necessità tra le altre per fermare l’Internazionale Nera e la loro saldatura col sistema di sviluppo capitalistico.

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