Disarmare il vuoto

Di Marta Di Giacomo e Nicola Scotto

Disarmare il vuoto: un’ipotesi interpretativa del presente


La costruzione politica del vuoto passa attraverso la guerra e il genocidio ed è funzionale all’imposizione di un mondo guidato dalle estreme destre. Come opporci a questo vuoto?


La crescente autonomia degli stati non occidentali in materia di economia e di commercio e la conseguente decisione di chiudere rapporti di scambio internazionali (il petrolio in primis) in valute diverse dal dollaro, unitamente alla critica ideologica dei valori frutto del nostro sistema economico, ha rappresentato per gli Usa un campanello d’allarme dell’evidente perdita di egemonia culturale, politica ed economica sullo scacchiere globale.

In questo quadro la guerra non è semplicemente uno strumento di risoluzione
delle controversie tra stati, ma rappresenta lo strumento in mano al cuore del capitalismo internazionale per avviare una profonda ristrutturazione dei rapporti di potere, riconquistando così una posizione di dominanza incontrastata e incontestabile.

Come in tutti i processi di trasformazione, ciò che si vede alla fine in maniera più evidente altro non è che il risultato di movimenti sotterranei che hanno costruito le fondamenta su cui potesse manifestarsi in maniera palese la modificazione in atto. La strategia introdotta dai neofascismi che governano il mondo ci sembra essere indirizzata verso la costruzione politica del vuoto, affinché, in un pianeta reso ormai un deserto, possano imporre senza troppe resistenze la loro visione del mondo.

Sebbene Trump, Meloni, Netanyahu e simili abbiano portato a un livello successivo il vuoto come pratica politica, in realtà la sua comparsa nella scena politica può essere retrodatata tra la fine degli anni ’90 e gli inizi degli anni 2000, a partire da un tipo di postura retorica che ha iniziato a svuotare di significato le parole. Sono gli anni delle guerre per la democrazia, dell’esportazione di diritti civili a fasi alterne, dei cambi di regime, delle guerre per la pace affinché tutto possa cambiare in meglio, senza che niente si modifichi realmente. Le parole, e con esse i valori, sono diventate dei significanti vuoti da riempire volta per volta con contenuti diversi a seconda di ciò che era “utile alla causa” in quel preciso momento.

L’epoca della post-verità che stiamo vivendo si spiega a partire da questo processo di svuotamento. Se le parole e le cose hanno perso la loro reciproca corrispondenza oggettiva, se l’unica cosa che resta sono degli involucri vuoti, allora è possibile dire tutto e il contrario di tutto senza che effettivamente ci sia una possibilità di smentita e di contraddizione. Questo è evidente, ad esempio, rispetto al recente dibattitto nel nostro paese sulla definizione di antisemitismo,
oppure in ciò che permette a Trump di affermare che vuole aiutare gli iraniani nello stesso momento in cui decide di bombardare le loro scuole o le loro città. Così come si spiega, in questo senso, il doppio atteggiamento dell’Unione Europea nei confronti della guerra russo-ucraina e del dramma del genocidio palestinese.

Il secondo terreno di applicazione della categoria del vuoto è stato quello del funzionamento delle istituzioni, al cui svuotamento hanno contribuito due fattori diversi. Il primo fattore può essere individuato nell’ambiguità sostanziale del rapporto tra organizzazioni internazionali (politiche ed economiche) e apparati statali, in riferimento alla questione della decisionalità e della governamentalità.

Tale ambiguità ha avuto due conseguenze fondamentali. La prima è che per un certo periodo i governi di qualsiasi colore non hanno fatto altro che ratificare e applicare manovre economiche e politiche che hanno portato a un peggioramento delle condizioni di vita materiali generali e in secondo luogo, come conseguenza di quanto appena detto, hanno portato ad un rafforzamento dell’opzione sovranista come tentativo di ripresa del controllo dei luoghi della decisione che però, ormai, erano stati già svuotati dalle democrazie neoliberali. Il secondo fattore fondamentale, invece, riguarda l’equilibrio tra i poteri internamente allo stato. L’ascesa al potere dei leader e dei partiti nazionalisti è avvenuta e sta avvenendo all’interno dell’ordinamento democratico classicamente inteso. Vincono le elezioni, ottengono le maggioranze in parlamento, distruggono diritti e welfare state in nome di una presunta democrazia. Se all’apparenza queste operazioni sembrano aderire al quadro democratico che siamo stati abituati a conoscere, in realtà sono pratiche di costruzione politica del vuoto che hanno come obiettivo lo svuotamento dei cardini del processo decisionale democratico.

Quando Trump decide di attaccare l’Iran in completa autonomia non solo sta svuotando di qualsiasi funzione il diritto internazionale e i relativi organi che lo tutelano, ma sta anche la stessa costituzione americana decidendo di non passare né per il Parlamento né per il Congresso americano. La stessa cosa può dirsi per il caso italiano. L’ultima fase del governo Berlusconi, caratterizzata da Decreti Legge e da leggi ad personam, ha fatto dello svuotamento del Parlamento e del potere legislativo il suo obiettivo strategico. Non è un caso che il governo Meloni abusi impunemente di questo strumento per far passare le leggi più liberticide, così come non è un caso che l’attuale obiettivo strategico sia lo svuotamento della magistratura e della sua autonomia, proprio in quanto terzo potere dello stato.

Il terzo vuoto è, invece, rappresentato dalla guerra e dal genocidio, le forme sicuramente più distruttive e lampanti della costruzione politica del vuoto. Sono due i vuoti che hanno come obiettivo la guerra: il vuoto politico nei territori alla periferia dell’Impero funzionale all’insediamento di uomini prezzolati dalla Capitale e il vuoto economico per favorire l’ingresso dei capitali stranieri e
gestire così la ripresa di un’economia ormai devastata.

È facile notare che, nella fase attuale, i due principali agenti del vuoto siano Israele e Stati Uniti. Il primo ha fatto della costruzione politica del vuoto la sua ragione esistenziale. Il genocidio dei palestinesi che continua imperterrito sotto gli occhi di tutti da ormai tre anni, altro non è che il tentativo di fare il vuoto in una terra abitata da millenni per legittimare così le sue mire espansionistiche. Il vuoto di Israele è un vuoto che consta di distruzione non solo in termini di esseri umani strappati alla vita, ma passa anche per un’appropriazione e una cancellazione della storia e della cultura di un intero popolo. L’intero processo delle guerre del golfo, di cui quella contro l’Iran costituisce il terzo capitolo, altro non è che il tentativo di espansione del vuoto attorno allo stato sionista per facilitare la formazione della Grande Israele che i massacratori di bambini portano fieramente sulle tuniche del loro esercito. Il secondo, gli USA, ha reso la forza annientatrice della guerra lo strumento di intimidazione degli alleati e di annichilimento dei nemici che non si vogliono adeguare.

In questo scenario sempre più inquietante e spietato la domanda da porsi è:

La prima e più immediata risposta è sottraendo la politica al ruolo puramente testimoniale cui è stata relegata, svuotata della sua reale potenza: la possibilità di trasformare l’esistente.

Negli ultimi anni siamo stati abituati ad una politica schiava del presente, immobile e incapace di determinarlo, fatta di parole private del loro significato e svuotate di qualsiasi concretezza. Si può dire tutto, ma non si può fare niente. Brecht diceva che il pensiero segue le difficoltà e precede l’azione, perché pensare, parlare, discutere senza agire significa sottrarre al pensiero stesso la sua essenza e la sua potenza. Il discorso politico è la prima risposta alle difficoltà – come la guerra – ma senza la sua dimensione pratica, senza l’azione politica, perde di senso e diventa narrazione del vuoto. Non basta dirsi contrari alla guerra, serve osteggiarla. Non basta criticare Trump, serve isolarlo. Non basta condannare i conflitti, serve disarmarli.

La radicalità oggi non si può esprimere solo nelle parole, ma deve concretizzarsi nei fatti, gli unici in grado di ridare sostanza a un soggetto ormai liquido come il discorso.

È una corrispondenza che l’Internazionale nera ha compreso forse meglio di noi: Trump bombarda i social di contenuti che sfidano i limiti del razionale e della verità, ma allo stesso tempo bombarda un paese dopo l’altro. Le sue parole e le sue azioni costruiscono il vuoto reciprocamente. A quel vuoto bisogna opporre posizioni e parole radicali e determinate, di condanna ferma e decisa alla barbarie che sta attraversando il mondo, ma anche azioni concrete, che rendano i conflitti insostenibili. La guerra va fermata impedendo l’utilizzo delle basi statunitensi e non fornendo armi, forze militari o sostegno economico a Israele e agli Stati Uniti, perché l’unico argine alla concretezza delle azioni di Trump e Netanyahu è la concretezza delle nostre.

Nel nostro paese questa partita contro il vuoto si gioca su un doppio livello, quello della geopolitica e quello della democrazia. Come si diceva prima lo svuotamento delle istituzioni e il tentativo di rendere la democrazia poco più che un semplice ordinamento, privato di qualsiasi forma di libertà reale e diritto, è un passaggio necessario alla costruzione di uno spazio politico favorevole ai neofascismi. E allora l’opposizione al governo Meloni passa anche per il no al referendum della giustizia, non per una qualche forma di affezione verso le istituzioni o la magistratura, ma per costruire un argine a questo vuoto.

A partire dall’attuale situazione interna e globale occorre, dunque, ridare un senso al linguaggio della politica in relazione alla dimensione della prassi, ma non solo. Quel vuoto va riempito con una nuova visione di mondo che non può nascere solo come opposizione, ma deve essere l’affermazione di uno spazio politico in cui immaginare. È questa la vera sfida del nostro presente, né una nostalgica riproposizione di un passato ormai cancellato dal vuoto, né una infinita traiettoria verso un’utopia cui possiamo solo anelare senza mai arrivare ad afferrarla. La facilità con cui Trump, Meloni e i loro alleati stanno realizzando il loro progetto politico un pezzo alla volta dipende dalla difficoltà con cui noi abbiamo provato a riempire il vuoto. Con il crollo di quelle opzioni alternative al capitalismo non siamo stati in grado di elaborare nuovi paradigmi e sperimentare nuovi modelli, finendo per soffocare noi stessi nel vuoto. La drammaticità dei nostri tempi ci impone un atto di coraggio per liberarci dalle passioni tristi, in cui anche noi abbiamo ripiegato, radunando le energie positive e i desideri che possono colmare il vuoto politico e squarciare il buio della guerra. È certamente una questione complessa, che ci richiede uno sforzo di immaginazione e di superamento delle proposte automatiche che abbiamo dato alle difficoltà negli ultimi anni, ma è una sfida necessaria ora più che mai. Si tratta di elaborare una visione di mondo femminista, ecologista, antirazzista e anticapitalista praticabile nel nostro presente per costruire, a partire da questo, uno spazio politico in cui realizzare l’impossibile.


«Un po’ di possibile, sennò soffoco.»


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