Di Davide Dioguardi

No allo sgombero di Officina 99: più di 300 a difesa di un ideale


Il 14 febbraio la Campania vedrà una mobilitazione unitaria contro lo sgombero dei centri sociali.


Sabato 10 gennaio c’erano più di 300 persone ad Officina 99, il centro sociale che giunto al suo 34esimo anno di occupazione continua a rappresentare – a ragione – un pezzo della storia militante della città di Napoli. Non soltanto il luogo che ha dato il nome a quei 99 Posse che nel corso dei decenni si sono fatti custodi e ridisegnatori dell’immaginario prodotto dai centri sociali, ma anche un presidio di lotta storico per Napoli est oltre che uno spazio dove da sempre controcultura e linguaggi dissidenti e underground trovano cittadinanza. Questo è quello contro cui si sono voluti schierare i carabinieri che, con curioso zelo, hanno scritto all’amministrazione comunale guidata da Gaetano Manfredi invitando allo sgombero coatto in nome della “pubblica sicurezza” che sarebbe minacciata da Officina 99 e dalle serate che in quello spazio vengono organizzate. Sarebbe miope relegare questo episodio a mera questione cittadina: è evidente e sotto gli occhi di tutti l’attacco che i centri sociali stanno subendo da diversi mesi a questa parte. Gli sgomberi del Leoncavallo e di Askatasuna, l’attacco a SpinTime e a Officina 99, la minaccia – soltanto a Napoli – della cessazione di esperienze di occupazione come il centro sociale Carlo Giuliani, il GrIDas, il Laboratorio Insurgencia, il Civico 7 liberato: stiamo assistendo al componimento di un mosaico repressivo le cui tessere sono messe in ordine da quella dottrina non scritta ascrivibile al ministro Piantedosi.

Il numero 1 del Ministero dell’Interno durante l’ultimo question time in Parlamento ha rassicurato la sua maggioranza:

“Lo sgombero delle occupazioni così dette risalenti andrà avanti, mentre per le nuove occupazioni stiamo prevedendo di agire in 24 ore.”

A questo punto crediamo che il campo sia sgombro da dubbi: dopo la guerra ai rave party e alle persone migranti attraverso la vergogna dei CPR d’Albania, l’esecutivo di Giorgia Meloni punta alla guerra ai centri sociali, a quella galassia politica che – ideologicamente – le è più avversa.

Non è un caso che il Viminale abbia deciso di incominciare dalle occupazioni “storiche”: colpire l’autorevolezza di storie dissidenti che hanno contribuito a plasmare le identità delle città in cui hanno preso forma vuol dire minare le basi della diffusione, in futuro, di quegli stessi saperi ribelli che sono l’ossatura di ogni società che voglia definirsi democratica, dinamica, plurale.

E’ nei centri sociali – e non solo – infatti che hanno trovato un’importante spinta organizzativa le mobilitazioni degli ultimi mesi contro il genocidio del popolo palestinese; in questo senso appare assolutamente evidente che quella portata avanti da Piantedosi e dal suo entourage sia una vendetta bella e buona: gli avvisi di garanzia, le conclusioni d’indagine e le misure cautelari che in questi giorni stanno colpendo militanti da tutta Italia sono un ulteriore elemento che va a rafforzare quanto in queste righe stiamo affermando. Le piazze a sostegno della Global Sumud Flotilla e del popolo palestinese hanno fatto paura, chi le ha animate – secondo il governo – va dunque ghermito con fermezza. Occorre quindi a nostro dire aprire una stagione politica di lotte a difesa di quegli spazi certo, senza tuttavia commettere l’errore di scendere sul piano resistenziale per rimanervi impantanati. Non dobbiamo lottare per la tutela dei centri sociali e delle occupazioni, soltanto. Dobbiamo lottare per la difesa di quanto abbiamo per affermare chiaramente che però vogliamo molto di più, che colpire i centri sociali vuol dire colpire la democrazia e che delegittimare le esperienze di occupazione e di riappropriazione fa il paio con quella economia di guerra e quel lessico guerrafondaio a cui stanno cercando di abituarci. “Cari ragazzi, gettate via la birra e preparatevi a partire per il fronte!”, questo è quello che, tra le righe, crediamo il governo – e con lui l’Europa tutta che continua a piegarsi ai proclami bellicisti di Ursula von der Leyen – stia dicendo mentre spinge per la cessazione delle esperienze di lotta che hanno segnato 30 anni di storia politica italiana.

Non sorprende del resto che gli eredi della Repubblica di Salò, del Movimento Sociale Italiano, dei NAR ed in generale della rilegittimazione del Fascismo vogliano colpire gli spazi occupati ed in generale attaccare chi lotta per un mondo che non sia caratterizzato dallo sfruttamento, dalla sopraffazione.

Che fare dunque? Ammettere che è arrivato il momento di guardarsi negli occhi, di riconoscersi tra diversi e diverse essendo però accomunati da una comune storia ribelle e contrattaccare avendo come obiettivo il governo Meloni, innanzitutto. Bisognerà farlo a partire da questo sabato 17 gennaio, quando ci si ritroverà – di certo – in tantissim3 a Torino per l’assemblea nazionale indetta a seguito dell’infame sgombero di Askatasuna. Il 24 ed il 25 a gennaio al TPO di Bologna poi, per dare vita ad uno spazio non di sommatoria delle vertenze ma di reale convergenza e sintesi di quelle battaglie che non è più solo necessario portare avanti ma che mai come prima d’ora occorre vincere se vogliamo fermare i Re autarchici di questi tempi assurdi. Il 31 gennaio saremo certamente tutte e tutti nuovamente a Torino, a difesa di un’idea di città diversa e di quel quartiere Vanchiglia che in queste settimane ha dimostrato di essere senza se e senza ma dalla parte di Aska e di chi in quel quartiere negli anni ha costruito mutualismo, reti di solidarietà e sicurezza senza piegarsi alle logiche poliziesche e militarizzanti della destra di governo. A Napoli si è già dato un segnale fondamentale: a seguito dell’assemblea di sabato 10 gennaio si è deciso di costruire per il prossimo 14 febbraio una mobilitazione regionale, unitaria a difesa non solo di Officina 99, ma di tutti gli spazi sociali e di tutte le occupazioni.

Crediamo che niente accada per caso: l’attacco è totale, diffuso, spregiudicato. La risposta dunque non può essere soggettiva o timida: crediamo che il 14 febbraio sia l’occasione per dire che è davvero “odio mosso d’amore” quello che motiva le nostre azioni e che se proveranno a toccare Officina, il Carlo Giuliani, Insurgencia, il Gridas o il Civico 7 i galoppini del governo troveranno a difesa di quegli spazi – e di quell’idea di società – una comunità umana e politica già larghissima ma che mai come prima d’ora si sta ponendo l’obiettivo di ampliarsi ancora di più.

Siamo convinti e siamo convinte che tenendo insieme le esperienze di lotta – senza per questo annacquarne o infantilizzarne le differenze – si possa tenere unito un fronte che spazzi via il governo di estrema destra di Giorgia Meloni e spinga tutti gli attori sociali a convergere sulle posizioni e sulle pratiche dei movimenti, senza più tentennamenti o farfugliamenti.

O si fa così, insieme, o si perde.

E stavolta chi perde, perde tutto.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *