Oltre 95 attivistə collegatə a Palestine Action sono statə perseguitə dopo che il movimento è stato inserito dal governo britannico nella lista delle organizzazioni terroristiche

di Claudio Ceruti

Al momento, nel Regno Unito, indossare una maglietta può costare fino a 14 anni di carcere. Non una qualsiasi ovviamente, ma una con la scritta “Palestine Action”. Secondo il Terrorism Act del 2000, ciò equivale a sostenere un’organizzazione terroristica.
Non si tratta di un caso ipotetico da manuale di diritto: la scorsa settimana, un’ex vicaria 83enne è stata arrestata per aver esposto un cartello di fronte al Parlamento con la scritta:
“Mi oppongo al genocidio, sostengo Palestine Action.”
Anche lei ora rischia fino a 14 anni di prigione, come gli altri 95 attivisti arrestati durante proteste analoghe, dopo che il gruppo è stato ufficialmente messo al bando in tutto il Regno Unito.


Palestine Action è un movimento di disobbedienza civile non violenta che ha portato avanti azioni dirette contro aziende produttrici di armamenti, in particolare l’israeliana Elbit Systems, riuscendo a costringerne alla chiusura uno degli stabilimenti nel Regno Unito attraverso occupazioni e sabotaggi ripetuti.
Le loro tattiche – che includono danneggiamenti, blocchi e irruzioni – si sono intensificate dopo ottobre 2023, prendendo di mira anche la BBC, oltre a multinazionali come Lockheed Martin e Leonardo. Il gruppo ha esteso la propria attività anche a livello internazionale, con azioni negli Stati Uniti e simbolici atti di protesta come l’imbrattamento del Ministero della Difesa britannico.
L’ultima azione ha visto quattro attivisti irrompere nella base militare della RAF a bordo di monopattini elettrici, cospargendo di vernice rossa due aerei militari. Il gesto intendeva denunciare il supporto aereo fornito dal Regno Unito a Israele nella sua offensiva su Gaza.
Questa azione è stata il pretesto per la messa al bando ufficiale di Palestine Action: con un voto del Parlamento, la proposta della ministra dell’interno Yvette Cooper è diventata legge. Da quel momento, qualsiasi forma di sostegno – anche solo indossare una maglietta – è considerata illegale.
Si tratta di un precedente estremamente pericoloso: per la prima volta, un gruppo non violento viene equiparato ad Al-Qaeda o all’ISIS. Colpisce, in questo contesto, l’amara ironia di vedere deputate laburiste posare in costume da suffragetta per celebrarne la lotta ai diritti civili, per poi votare pochi minuti dopo a favore della criminalizzazione di un movimento che, a differenza delle suffragette stesse, non ha mai fatto uso di bombe ed esplosivi.


Purtroppo, questo è solo l’ultimo episodio di una campagna sempre più aggressiva per silenziare ogni voce di dissenso contro il genocidio in atto a Gaza. Il governo israeliano gioca un ruolo attivo in questa offensiva, sia attraverso la propria ambasciata, sia tramite think tank e associazioni professionali filo-israeliane.
L’ambasciata israeliana ha, ad esempio, ottenuto dal governo britannico i contatti diretti degli agenti antiterrorismo e dei pubblici ministeri coinvolti nelle indagini contro i cosiddetti Filton 18, attivisti di Palestine Action accusati di sabotaggi contro la sede centrale di Elbit Systems a Bristol. Si tratta di un’interferenza insolita e preoccupante, che solleva legittimi dubbi di ingerenza nel procedimento giudiziario.
Nel frattempo, organizzazioni come UKLFI (UK Lawyers for Israel) continuano a esercitare forti pressioni legali. Questo gruppo ha inviato centinaia di lettere a enti pubblici e privati, minacciando azioni legali nei confronti di qualsiasi iniziativa anche solo simbolicamente solidale con Gaza. È accaduto, ad esempio, quando il consiglio del North Hertfordshire ha pianificato un laboratorio per costruire aquiloni in solidarietà con i bambini palestinesi, e UKLFI lo ha accusato di promuovere un’attività “reminiscente dei deltaplani usati da Hamas il 7 ottobre”. Lo stesso gruppo ha inoltre diffidato il Westminster and Chelsea Hospital, nel caso non rimuovesse da un reparto alcune fotografie di piatti decorati da bambini rifugiati di Gaza, giudicandole “offensive per i pazienti di religione ebraica”.


Questo clima intimidatorio ha alimentato un’ondata di autocensura che ha colpito anche le espressioni più innocue di solidarietà. In alcune strutture sanitarie, ad esempio, si è cercato di vietare al personale medico dell’NHS persino di indossare spille con l’immagine di una fetta di anguria, simbolo del sostegno alla causa palestinese.
Ma l’auto-censura più evidente è arrivata dalla BBC, il più grande ente mediatico del Paese.
Già criticata per la sua linea editoriale filoisraeliana e troppo timida nel denunciare le atrocità a Gaza – al punto che alcuni giornalisti hanno contestato pubblicamente i vertici – la BBC ha recentemente censurato il proprio documentario “Gaza: How to Survive a Warzone”, dietro il pretesto che uno dei bambini intervistati fosse figlio di un ufficiale di Hamas.


Più di 100 giornalisti hanno firmato una lettera anonima definendo la decisione “eminentemente politica” e contraria ai principi di trasparenza e imparzialità.
La protesta, però, è stata ignorata. Alla recente edizione del Glastonbury Festival, uno degli eventi musicali più importanti al mondo e trasmesso in diretta proprio dalla BBC, l’intera copertura è stata attentamente attenzionata per depurarla da qualsiasi riferimento alla Palestina, nonostante la presenza di numerosi artisti che avevano espressamente portato il tema sul palco. Grande attenzione era rivolta al gruppo irlandese Kneecap, a causa delle loro posizioni esplicitamente critiche verso il genocidio in corso a Gaza. Uno dei membri, Mo Chara, è attualmente sotto processo con l’accusa di supporto a organizzazioni terroristiche per aver sventolato una bandiera di Hezbollah durante un precedente concerto. La tensione attorno alla loro partecipazione al Glastonbury Festival è stata tale che lo stesso premier Keir Starmer aveva chiesto pubblicamente agli organizzatori di cancellare la loro esibizione. La risposta, netta e senza mezzi termini, è arrivata dagli organizzatori: “Se non gli piacciono, stia a casa sua.”


Nonostante la forte pressione censoria concentrata sui Kneecap, un episodio ancora più eclatante si è verificato durante l’esibizione di Bob Vylan, l’artista che si è esibito prima del gruppo irlandese. Durante il concerto, Vylan ha intonato uno slogan diretto: “Death to IDF”, subito ripreso in coro da migliaia tra il pubblico. L’episodio, trasmesso in diretta, ha scatenato un’ondata di reazioni pubbliche, dichiarazioni indignate e polemiche istituzionali, fino a provocare il licenziamento dei responsabili della copertura del festival da parte della BBC.
Questo caso è emblematico di come il meccanismo di censura possa operare anche nei suoi stessi fallimenti. Mentre i riflettori mediatici si sono concentrati quasi esclusivamente su uno o due episodi controversi, si è completamente oscurato il fatto che la stragrande maggioranza degli artisti presenti a Glastonbury ha espresso apertamente sostegno alla causa palestinese. Nessuno ha raccontato la realtà del prato del festival, dove sventolavano migliaia di bandiere palestinesi al sole, in una manifestazione spontanea e collettiva di dissenso contro il genocidio.
Contro questo consenso sempre più esteso – fatto di milioni di persone scese in piazza, iniziative solidali continue, bandiere appese ai balconi, spille indossate da medici, insegnanti, lavoratori pubblici – la risposta è stata isterica e sempre più autoritaria. Da un lato si tenta di soffocare la protesta con divieti, arresti, minacce e censura; dall’altro, però, questa stessa repressione dimostra quanto forte, trasversale e radicato sia ormai il dissenso.
È un’opposizione che, lungi dall’essere contenuta, sembra rafforzarsi di fronte alla repressione. Il futuro dirà se il governo laburista – già politicamente indebolito da scelte impopolari e abbandonato da parte del proprio elettorato – continuerà a stringere questa morsa autoritaria, o sarà costretto a fare i conti con un movimento che, al momento, appare troppo vasto e determinato per essere silenziato.


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