Appunti in viaggio verso Milano
Di Marta Di Giacomo

Il 21 agosto qualcunɜ di noi era in vacanza, qualcunɜ a studiare, qualcunɜ già a pensare a quando fissare il primo attivo politico dall’anno, ma ognunə di noi è statə colpitə dalle immagini delle forze dell’ordine dentro il Leoncavallo. Ognunə con la sua età, la sua esperienza politica, i suoi riferimenti e le sue conoscenze sul passato si è sentitoə toccatə, perché lo sgombero del Leoncavallo è un attacco al nostro mondo e alla nostra idea di mondo. Ci chiama in causa tuttɜ, al di là delle identità politiche, per la visione di futuro che ci lega, per l’orizzonte simbolico e materiale in cui ci riconosciamo, che oggi più che mai è sotto assedio e che dobbiamo tutelare partendo dal corteo nazionale del 6 settembre.
È partendo da questo dato di minima che partiremo alla volta di Milano da Napoli, senza e senza ma.
Ma non può essere solo il momento di giocare in difesa, deve essere un’occasione per recuperare delle questioni complesse e fondamentali, sulle quali negli anni è stato ceduto terreno o si è smesso di ragionare pubblicamente, consegnando il dibattito a posizioni e temi mal-posti e problematici. Di fronte all’invocazione dello sgombero di CasaPound, allo iato tra la realtà e l’immagine dei centri sociali, all’idea dei nostri spazi come erogatori di servizi, la confusione delle opinioni ci impone di fissare alcuni punti chiari che definiscono ciò che siamo stati e ciò che siamo oggi.
«E CasaPound quando?»
Questa è stata la prima reazione di molti, che però non è la nostra, per diversi motivi.
Il primo è che no, noi e CasaPound non siamo la stessa cosa. E non possiamo e non vogliamo essere associati in alcun modo a chi usa le proprie sedi come moltiplicatori di odio sociale nei quartieri popolari, come luoghi di addestramento per i picchiatori delle ronde, come spazi di propaganda di idee che quotidianamente combattiamo.
Il secondo motivo è che il problema di CasaPound non è l’occupazione di uno spazio, ma la sua stessa esistenza in qualsiasi forma. 75 anni fa le donne e gli uomini che hanno liberato il nostro Paese ci hanno insegnato a non aspettare che siano i governi a combattere il fascismo, perché è la società che deve togliergli ogni spazio ed estirparlo. Le sedi di CasaPound – e non solo quella di Roma – vanno chiuse non per un’ingiunzione di sfratto, ma perché i fascisti nelle nostre città non devono avere cittadinanza.
E poi, lasciatecelo dire, che tristezza questa battaglia a perdere. Il primo pensiero nel giorno dello sgombero di uno spazio che appartiene – in qualche misura – alla storia di tutti e tutte noi, dovrebbe essere come occupare cento nuovi centri sociali e come attaccare il governo Meloni, non chiedergli di attaccare qualcun altro. Ma, soprattutto, ciò che non possiamo proprio permetterci è di cedere alle loro retoriche o di avallare i loro strumenti che riteniamo illegittimi e pericolosi, perché rischiamo che diventino universalmente accettati.
“Si a legge a faje tu io faccio l’illegalità”
E di fronte a questa ambigua difesa della legalità, che puzza un po’ troppo di reazione per essere anche solo lontanamente presa davvero in considerazione, ci chiediamo quanto ci interessi addentrarci in questo discorso. Perché dobbiamo riconoscerci e definirci in base a quanto stabilito da altri? Le leggi di uno Stato che chiude gli spazi di democrazia, crea discriminazioni e sfruttamento e si rende quotidianamente complice di un genocidio le infrangiamo quotidianamente praticando solidarietà e conflittualità sociale proprio perché non le riconosciamo come limiti al nostro agire politico o come norme di comportamento e di esistenza. Allora perché dovremmo lasciarci etichettare in relazione ad un sistema di valori e di principi che non riteniamo valido e di cui spesso scontiamo gli effetti per primi, venendo ghermiti dagli effetti di quelle leggi liberticide e reazionarie che ben conosciamo?
Perché non siamo più in grado di attribuire un valore, un senso, alle cose, ma siamo intrappolati in uno schema polarizzante fondato sui principi fintamente universali di giusto e sbagliato, legale o illegale, incapaci di cogliere la complessità e le differenze. Principi che non vengono neanche da noi o dal nostro giudizio, ma sono semplicemente strumenti attraverso cui il potere imbriglia tutto ciò che gli si contrappone o che vi si colloca al di fuori. Un fuori che nasce, forse, come contrapposizione, ma poi si dimentica dell’altra parte, diventa una realtà che afferma se stessa in quanto tale, in quanto modo di esistenza non opposto, ma diverso, che riesce a darsi anche senza la sua controparte. Quella che per le istituzioni è illegalità, per noi è irriverenza.
Non “isole felici”, ma terreni di scontro
L’intento, però, non è mai stato sottrarsi allo scontro con il potere, ma sfidarlo apertamente, perché la cosa più pericolosa è dimostrare che no, quella che ci impongono non è l’unica realtà possibile. Per farlo non ci si può chiudere negli centri sociali, rendendoli delle isole felici perfette, immuni alle contraddizioni, ma avulse da ciò che c’è fuori. Non abbiamo bisogno di costruirci dei recinti con qualche bel murales sopra che delimitano gli spazi attraversabili, se non possiamo attraversare il resto delle strade e della società. Perché l’obiettivo resta uno: cambiare la società dalle sue fondamenta, abbattere lo stato di cose presenti e costruirne uno nuovo.
Questo è ciò che sono i centri sociali, non luoghi fisici, ma campi di forze in cui si concentrano soggetti diversi e da cui si originano nuove e molteplici linee che investono la società, la scuotono, la agitano e la trasformano, rendendola un terreno di scontro collettivo. Ed è per questo che gli spazi sociali chiudono, cambiano strada e ne nascono di nuovi, restando sempre tutti impressi nel dna delle comunità ribelli che li animano e che si rinnovano e rigenerano dentro e fuori quelle stanze occupate.
Il valore di un centro sociale non è quantificabile
Questa è, forse, la questione più spinosa da affrontare alla luce delle enormi differenze che esistono tra gli spazi sociali. C’è chi sceglie di occupare a scopo abitativo, chi per una vertenza territoriale, chi ha un calendario pieno di attività sociali, chi preferisce un intervento più culturale, chi si organizza politicamente, chi si definisce «bene comune», chi dialoga con le istituzioni e chi non lo fa. E stare qui a fare gare di conflittualità o mettersi a discutere di quale sia la tattica migliore ci sembra una perdita di tempo, perché alla fine si sa, il mondo – anche quello dei centri sociali – è bello perché è vario. Crediamo però sia necessario fissare un punto, chiaro: il valore di un centro sociale non si quantifica in base a delle logiche capitalistiche. Non siamo erogatori di servizi, anche se spesso quello che organizziamo risponde alle necessità delle persone e alle carenze dello stato sociale. Ma quelle attività gratuite – che siano un concerto o un corso di boxe – non servono a sostituirci alle istituzioni, rendendogli un favore, piuttosto che mettendole in crisi, sono occasioni di incontro, di aggregazione, di discussione e organizzazione. Ciò che produciamo non è un servizio, ma un orizzonte, un immaginario, una cultura altra, un progetto di mondo che non resta chiuso al nostro interno. E allora no, quello che facciamo non può essere quantificato secondo le logiche del mercato, in base ai profitti di cui il comune ha beneficiato per giustificare le bollette non pagate, perché così nessuno si salverà dalle logiche della produttività e dello sfruttamento, ma le introietteremo persino noi. I centri sociali vanno difesi in quanto tali, non per le attività che organizzano o meno, ma per la capacità di radunare energie positive per praticare conflitto e costruire reti di solidarietà.
Gli sgomberi tentano di cancellare il passato
Forse, però, un valore materiale esiste. I centri sociali sono gli archivi di un pezzo di storia marginale, quella che non viene scritta sui libri, che non viene riconosciuta come importante, che non rientra nel corso dei grandi eventi degno della s maiuscola. Ogni volantino lasciato in una stanza, ogni scritta o disegno sul muro, ogni documento stampato, foto o libro custodito in quelle stanze sono un patrimonio collettivo, che rischia di essere perduto per sempre. Molto a lungo si è discusso – e si continua a discutere – delle difficoltà di creare quelli che in Francia vengono chiamati «archivi militanti» e, poiché la questione non è mai stata davvero sciolta, chi approccia allo studio dei movimenti politici si trova di fronte o al vuoto assoluto o al caos totale. Ma se solo si aprissero le stanze dove vengono accumulati e, in parte, dimenticati materiali di ogni genere, si comprenderebbe quanto siano preziosi per scardinare le narrazioni egemoni e giustificazioniste che tentano in ogni modo di presentare il mondo in cui viviamo non più solo come il migliore, ma come l’unico possibile. Quelle stanze, invece, custodiscono le storie di chi ha sperimentato modi diversi di esistenza, di chi ha fatto parte di movimenti internazionali e imponenti, di chi ha costruito modelli alternativi e, soprattutto, ci danno la forza di una Storia più grande di noi, da cui imparare e da reinventare. Il problema è che per molto tempo abbiamo lasciato che qualcuno raccontasse chi siamo e da dove veniamo al posto nostro, legandoci all’idea del fallimento, della sconfitta, del sacrificio. È arrivato il momento di aprire quelle stanze e far vedere cosa siamo stati, cosa siamo oggi e soprattutto cosa vogliamo dal domani.

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