Perché dobbiamo continuare a parlare di Palestina

Di Davide Dioguardi

Abbiamo visto tutte e tutti le immagini della “Global March to Gaza”, l’iniziativa promossa da migliaia di attivisti ed attiviste organizzatesi a livello globale con l’obiettivo di raggiungere il valico di Rafah e superare quel blocco odioso che da marzo del 2025 rende impossibile – o quasi – l’ingresso degli aiuti umanitari in una striscia di Gaza rasa al suolo, dove le vittime civili hanno superato le 60.000 unità e dove la fame e la sete vengono utilizzate come armi di distruzione di massa. Siamo convinti e convinte che il mondo delle lotte, tutte, vada raccontato al di là dei pochi e marginali spazi resistenziali che riusciamo a costruire sulle piattaforme social. Abbiamo dunque raggiunto Amid e Federica, due attivisti che hanno preso parte all’organizzazione della Global March to Gaza e ai quali abbiamo rivolto alcune domande per continuare a parlare di Palestina, in un momento storico drammatico in cui i vecchi e nuovi venti di guerra rischiano di oscurare e silenziare la causa di un popolo che da quasi 21 mesi – su quasi 80 anni complessivi di oppressione, apartheid, violenza coloniale e suprematista – subisce un genocidio da parte di uno degli eserciti più potenti della terra, quello israeliano.

  • Da chi e come nasce l’idea di una Marcia Globale alla volta di Gaza?

E’ un’idea qualche mese fa da più parti. L’intenzione era quella appunto di arrivare al valico di Rafah, per rompere – attraverso un’importante pressione internazionale e la non violenza – il blocco che stringe in una morsa il valico di Rafah, da cui nulla più arriva nella striscia. La forza di questa marcia è stata – racconta Amid – l’autorganizzazione di chi ha voluto partecipare, senza il sostegno di nessun grande partito, come qualcuno ha voluto strumentalmente insinuare.

Anche Federica conferma che tante e tanti hanno sostenuto a proprie spese il viaggio; c’è stato anche chi – impossibilitato a partire – ha sostenuto le spese di chi avrebbe potuto mettersi in viaggio. Dopo una prima fase anche conoscitiva su Telegram ogni paese ha iniziato la gestione delle proprie delegazioni, così come hanno fatto anche le regioni interne.

  • Quant3 attivisti3 sono stat3 mobilitat3?

Difficile a dirsi. Con ogni probabilità parliamo di più di 7000 persone, senza contare la delegazione tunisina aggiuntasi successivamente. Di queste 7000, erano circa 400 le presenze dall’Italia. Un numero importante che potrebbe tuttavia non essere l’ultimo dato essendo concreta la volontà di ri-organizzare le forze della Marcia anche qui in Italia. Potremmo essere molti di più.

  • Sono ormai 21 i mesi di genocidio per quasi 79 anni complessivi di apartheid, di violenza coloniale: come occorre continuare la lotta per la Palestina?

Federica ha le idee chiare: “Abbiamo il compito di continuare a lottare. Una parte degli attivisti e delle attiviste legate alla Global March è a Bruxelles mentre parliamo. Avevamo – forse ingenuamente – creduto davvero di poter entrare a Gaza; tuttavia tante personalità politiche occidentali hanno preferito – e tutt’ora preferiscono – guardare altrove. Come ci racconta Amid; tanti camion hanno scaricato i loro carichi ormai scaduti nel deserto. Da qui l’intenzione – continua – di organizzare una Marcia in Italia che arrivi fino alle porte del governo per chiedere un’autorizzazione formale per ripartire alla volta del valico. In Italia – riprende Federica – spendiamo moltissimi tempo a discutere dei massimi sistemi tralasciando spesso il livello dell’azione concreta.

  • I nuovi venti di guerra stanno distogliendo l’attenzione da Gaza e dai territori occupati della Cisgiordania: era ciò che Netanhyau voleva?

Dovrebbe rispondere lui, sorride Amid. Che fosse un obiettivo perseguito in maniera cinica e volontaria o meno, di certo è stato raggiunto poiché Gaza ed il genocidio in corso lì stanno venendo pesantemente silenziati. Sia Federica che Amid concordano sulla volontà – di certo mai celata – di Bibi Netanhyau di dar vita alla “grande Israele” destabilizzando tutta la regione Mediorientale; gli esempi del Libano e di altri territori ne sono il fulgido esempio. Probabilmente questa clima globale di escalation – un po’ come quello che precedette il primo conflitto mondiale – serve al primo ministro anche per sedare il malcontento che vi è in Israele.

  • Chi ha tradito la causa del popolo palestinese?

Un po’ tutti. Probabilmente anche noi, lasciando ogni giorno spazio alla possibilità che l’umanità intera perdesse sé stessa pezzo a pezzo, ci confessa Federica con amarezza. Molte delle colpe risiedono nell’Occidente che in questi quasi 80 anni non ha mai messo in discussione le relazioni con uno stato genocida, coloniale, violento. Amid non ha peli sulla lingua e ci racconta di come anche l’Egitto, la Giordania e altri paesi del mondo arabo abbiano tradito la Palestina. Tutti a parole affermano “Palestina libera” ma nei fatti poco o nulla. Basti pensare al re della Giordania, soprannominato “Re dei pomodori” a causa dell’invio di pomodori a tonnellate in un momento in cui nella striscia c’è bisogno soprattutto di acqua.

  • E’ ormai globalmente utilizzata l’accusa di antisemitismo nei confronti di chi si schiera al fianco del popolo palestinese: come rispondete?

Francamente ci viene da sorridere. E’ un’argomentazione stantia. Gli arabi sono un popolo semitico, ma di cosa parlano queste persone? Ci sono inoltre ebrei in tutto il mondo che si mobilitano contro il genocidio e contro il sionismo, che è la causa contro la quale combattiamo a nostra volta. E’ un’accusa assolutamente falsa e strumentale ad un appiattimento del discorso.

  • Un’ultima domanda: la presidente del consiglio Meloni dopo quasi due anni di genocidio ha parlato di “connotazioni inaccettabili della risposta israeliana all’attacco del 7 ottobre”. Come commentate questa definizione?

La Meloni ci fa pena. Sa benissimo di non potersi discostare dalla linea americana, sa di essere politicamente bugiarda. Verrà tuttavia presto il giorno in cui tutti, a tutti i livelli, dovranno guardare a quanto sta accadendo in Palestina e renderne conto nelle dovute sedi. Tutto il mondo dovrà rendere conto della barbarie che è stata permessa a Gaza.

Abbiamo concluso l’intervista con una frase di Amid, il quale vive qui in Italia ma ha la famiglia ancora a Gaza. Ci ha raccontato di aver imparato la parola “genocidio” qui, in Italia.

Prima, non l’aveva mai sentita.

E questo ci pare eloquente, nell’orrore e nella drammaticità, per ciò che anche il nostro governo – quello sì, antisemita, neo-fascista, reazionario, autoritario – ha permesso e sta permettendo ogni giorno nella striscia e nei territori occupati. Palestina libera.


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